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  • RAPSODIA A NEW YORK
    1 - Esiste un momento nello sviluppo della creatività in cui l’artista deve compiere una svolta. Mentre il discorso razionale é rettilineo, legato a una logica consequenziale, quello artistico può essere per alcuni zigzagante, per altri anche contraddittorio.

    Questa indicazione “motoria” riguarda il processo di trasformazione che l’artista contemporaneo effettua per costituirsi un linguaggio. Un linguaggio che ha ben tre livelli espressivi. Questo artista deve scegliere tra i molti stili, figurativi o astratti; deve optare tra le tecniche tradizionali (olio, tempera, ecc.) e nuovi medium (collages, oggetti incorporati, ecc); deve infine trovare una sua tematica tra quelle consuetudinarie (figura, nudo, paesaggio, ecc.) e nuove immagini di soggetto non ancora istituzionalizzato.

    Come si vede, il costruirsi di una “personalità” é il prodotto di un processo graduale, formato sia di moti istintivi e fantastici, sia di sperimentazioni, che l’artista attua come per assemblare - mattone dopo mattone - la sua presenza originale. L’artista del passato - che era esclusivamente figurativo - doveva fornire immagini veristiche (dato che non v’era la fotografia, cinema, riproduzioni a stampa, fedeli alla realtà da comunicare), né doveva costruire la sua personalità attraverso caratteri unici, data la sua funzione innanzi tutto “artigianale”.

    Che cosa vuol dire questa nuova procedura, tipicamente attuale, del “fare arte”? Si tratta di costituire, senza avere altri modelli, una mappa di segni-simboli, una manipolazione di materiali con nuove significazioni, un immaginario nel modo di tradurre esteticamente il mondo esteriore o interiore. Insomma: un tutto, rispecchiante il significato ultimo che si dà alla propria presenza. Ciò per testimoniare la vita individuale e quella collettiva, la parte cosciente e quella inconscia, i fenomeni praticati della storia umana e sociale, le pulsioni profonde e il gioco del destino. Non poco, come si vede!

    2 - Si é iniziato questo scritto parlando di “svolta”. Ebbene Luigi Dellatorre, giovane artista vigevanese, ha appunto sentito il bisogno di cambiare in maniera radicale la pittura che da qualche anno gradualmente aveva sviluppato. E questo per costituire, dal di dentro, una possibilità di strutturare la sua personale Weltanschaung. Cioè la “visione del mondo” che oggi é la summa degli elementi sopra indicati, tramite la quale si individua l’apporto di un artista singolo al panorama collettivo.

    L’astrattismo di Dellatorre, all’inizio degli anni Novanta, era caratterizzato da uno spazialismo molto “cantante”. Forme geometriche di tipo euclideo-pitagorico, come cerchi, quadrati, triangoli, variamente posti in aree libere, quasi galleggianti in un etere metafisico. Il tutto sostenuto da colori primari, timbricamente accesi della loro stessa saturazione nonché fatti vibrare dalla luce.

    Accanto a queste opere che indicavano il desiderio di un viaggio verso una armonia superiore - quella del numero magico, del puro suono, dello spazio trasceso, della fuga in un altrove - Dellatorre sviluppava la sua ricerca mediante varie sculture. Queste, sempre con il medesimo impianto stilistico, venivano realizzate con ferro, alluminio, acciaio inox, smalto industriale. Insomma una specie di trasmutazione di materie dure, impoetiche, a una logica sì tattile ma nello stesso tempo “modernistica”, nell’accezione dei materiali impiegati e di un risultato emotivo e percettivo molto particolare.

    Dellatorre avrebbe potuto continuare su questa direzione. Viaggiare con la sua sensibilità negli spazi vibranti di colore, giocare con le geometrie le infinite variazioni delle logiche modulari o delle antinomie della forma-colore. Sarebbe stato un cammino rettilineo, sicuro, tranquillo. Ma non gli avrebbe permesso di compiere una svolta profonda e ricca di implicazioni future. Egli ha avuto coraggio.

    Ciò é avvenuto con una serie di lavori eseguiti in seguito a delle permanenze a New York. Con grande intensità e passione, Dellatorre ha voluto raccontare ciò che ha sentito risiedendo nella città leader del mondo. Ha così superato sia la visione astratta, sia quella esclusivamente figurativa. I suoi cartoni stilisticamente appartengono sia alla sfera dei collages, sia a una specie di pop art. Tecnicamente riprendono sia il gusto per i colori primari (rosso, giallo, blu) tracciati in sciabolate cromatiche, sia quello per gli spessori materiali nelle pinzature dei lacerti nonché in grosse lettere nere ripetitrici, come un leit motiv, la parola New York. Si tratta di una condensazione abbastanza allegra delle icone della vita americana. Frammenti di giornale, aspetti della statua della Libertà, biglietti monetari relativi al dollaro, carte bancarie, scritte pubblicitarie, aspetti comuni della vita di città, monumenti, classiche scritte sulla Coca Cola, momenti di vita sportiva. Insomma un vortice di informazioni: velocissime, forti, convulse, ricche di energia grafica.

    Questo conglomerato di tempo-spazio newyorkese Dellatorre lo metabolizza non solo nei tre colori sopra citati, bensì nelle stelle bianche su sfondo azzurro della bandiera statunitense. Non siamo dunque a un indistinto frullato delle icone di questa incredibile città. L’artista costruisce, cartone per cartone, come una “finestra” su siffatta esistenza metropolitana. Sicchè l’insieme di cartoni messi accanto l’uno dopo l’altro potenzia, come in una struttura musicale, un contrappunto martellante della sociologia vitalissima newyorkese. Una condizione totalmente non opaca di vita.

    New York viene detta la Grande Mela, quasi metaforizzando un immenso frutto dai mille e mille sapori. Per Dellatorre é sicuramente una Grande Madre. Iconologicamente, essa rappresenta per noi il polo moderno. Boccioni, nel 1910, dipinse il famoso quadro La città che sale, oggi al Museum of Modern Art di New York. Quella città del nostro maestro futurista oggi é considerabile pienamente realizzata nella realtà e il “futurismo” é così divenuto un presente. Una attualità che ogni ora si consuma.

    E’ in questo senso che Dellatorre - vigevanese di una città con magnifici segni umanistici - ha sentito il bisogno di un transfert. Di un passaggio a una dimensione materna, opposta alla sua.

    Quasi a “rinascere”, dopo un lungo momento di réveries astratto-spaziali, egli si é immerso nel vortice creativo: nel paesaggio spaesato dove provincia e metropoli sono incredibilmente un tutt’uno.

    Questa avventura ha spostato la psiche dell’autore da geometrie vicine a un super-io, incantato ma lontano, a un magma pulsionale riccamente pregno di humus inconscio. Si tratta di una metabolizzazione della vita intesa modernamente, per cercarne non solo una forma estetica, ovvero una dimensione sinteticamente emotiva. Bensì di uno spostamento di prospettiva esistenziale su un terreno ricco e arduo, concentrato e analitico. Insomma un ridurre la vita ad “assurdo visivo”.

    L’estroversione e la gioia del compiere questo passaggio salva Dellatorre dalle ripetizioni manieristiche, e dai clichès. Tagliare lacerti, incollare, pinzare, apporre scritte, aggiungere macchie di colore sonoramente vivaci, disegnare stelle... Ecco, tutto questo, é l’operazione di riappropriarsi esteticamente di un vissuto. E inoltre di costruire una base emotiva per cercare il luogo “sacro”.

    3 - Sacra era la città per gli antichi, salvaguardata dagli dei e circondata da mura protettive. L’uomo d’oggi vive la crisi della città ridotta a misero contenitore. O peggio fatta slittare da città a metropoli, da metropoli a megalopoli, da megalopoli a necropoli. L’artista contemporaneo ha molte volte cercato questa città “superiore”. Anche nel passato il conflitto venne inteso nei due poli della civitas dei e della civitas diaboli. Oggi viviamo il tempo dell’ambiguità tra diabolico e divino, in senso antropologico, proprio nel coacervo chiamato città.

    La “svolta” di questi lavori Back from New York di Dellatorre servirà, certamente, orientarlo su contenuti ancora più pregnanti nel futuro. Il suo attuale lavoro ha i caratteri dell’estroversione intrinsecamente ottimistica e del desiderio di superare, nel crogiolo delle intuizioni e delle emozioni, la fase del banale quotidiano. La “musica” delle icone-stelle-scritte-cromatismi forti non é, a ben vedere, altro che un momento di salute espressiva e di lirica partecipazione al proprio tempo. Si tratta di una rapsodia sinceramente vibrata nonché di un viaggio poliedricamente ricco di dynamis.

    Milano, 26-11-1994, Riccardo Barletta

    Testo in catalogo Back from New York, 1995