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  • LUIGI DELLATORRE O DELLE GABBIE VUOTE
    Anche se i cruciverba sono costituiti da una griglia in cui inserire le parole, fare un cruciverba è pur sempre un'avventura, una perlustrazione del proprio labirinto mnemonico, dove le definizioni ritovate e le caselle riempite rappresentano altrettante tappe di un percorso iniziatico da compiere in poltrona.

    Dellatorre afferma di non essere un appassionato di cruciverba, almeno non come passatempo: dice di essere attratto piuttosto dal dinamismo grafico che percepisce guardando quelle griglie invase di parole. Il suo lavoro ad ogni modo assomiglia ad una materializzazione grafica delle suggestioni che colgono colui che pensa alle parole come a possibili abitatrici di un mondo extralinguistico. Dellatorre è attratto dal gioco una volta concluso, dall'invasione del reticolo da parte di parole svuotate di senso, scisse da quelle definizioni che hanno imposto loro di occupare la giusta posizione nelle caslle. L'artista è affascinato dal panorama astratto che queste lettere vanno a formare, una volta diventate pure geometrie allusive, dal senso ormai perduto; somigliano ad un congegno disinnescato, in cui permane una sorta di insidia leggera.

    La cosa curiosa é che i cruciverba o meglio le porzioni di cruciverba che costituiscono la sua opera, vanno a costituire un panorama decorativo, una sorta di carta da parati potenziata fino al punto di divenire una geometria familiare, come il paesaggio di un possibile mondo geometrico, movimentato da caratteri più o meno evidenziati che animano una specie di realtà alfabetica. Questi reticoli di parole sono schemi interrotti, tracciati parziali, dettagliati e ingranditi che acquistano forza, spesso in virtù della loro parzialità. Una forza questa che si esplica malgrado l'impossibilità di quelle lettere di riaggregarsi in alfabeto o lingua. Una volta svincolate dal loro valore di segni, quei caratteri trovano senso nel loro aspetto grafico, come dinamizzato da un significato perduto: vibrano e palpitano come in un caleidoscopio piano: la rappresentazione visiva di voci e suoni assenti, come ombre senza corpi.

    Forse Dellatorre ha scelto lo schema grafico del cruciverba perchè dapprima esso appare compiuto e rassicurante, ma è proprio questo ordine, geometrico e rigoroso che egli vuole eccedere e violare. Nel suo lavoro infatti viene esaperata l'evidenza vuota assunta dalle lettere dell'alfabeto - inscritte dentro quadrati ormai sezionati grazie ad ingrandimenti e tagli - che manifestano una certa estraneità nei confronti della loro origine alfabetica, diventano pure seduzioni di forme irrelate. Quei caratteri incasellati posseggono una loro evidenza fantasmatica, forse chimata a simboleggiare una deriva della parola ormai diventatta inespressiva. Viviamo ormai in un mondo di immagini, la cui immediatezza ha preso il sopravvento e spodestato il potere della parola. Eppure le lettere dell'alfabeto che appaiono nei lavori di Dellatorre, anche se appaiono disperse e svuotate, sembrano opporsi alla loro estinzione, grevi di una potenza irrisolta che ammicca da lontano come in attesa di ricostituirsi in linguaggio.

    E' forse la percezione della loro potenza che spinge l'artista ad esaltarne ancor più l'aspetto formale, magari utilizzando la fotocopiatrice, ingrandendo cruciverba che sintomaticamente non hanno più numeri a fare da riferimento e a designare le caselle che non vogliono più accogliere parole. Nei suoi cruciverba alle lettere a stampatello scritte a mano si sostituiscono caratteri tipografici che sembrano forzare l'aspetto asettico di modelli da rendere ancora più astratti. Le parole insorgono nell'apparente caos degli schemi interrotti, messi di sghimbescio, ruotati e modificati a scopo puramente estetico.

    Sono partecipi del programma di disorganizzazione degli schemi perseguiti razionalmente, anche le sagome che egli sovrappone alle griglie geometriche da cruciverba astratto. Queste silhouettes che l'artista utilizza sono tratte da fotografie ritagliate di cui restano solo i rilievi, i contorni; il resto è svuotato. Dei nomi spesso definiscono l'immagine perduta, altre volte frasi dotate di senso allusivo ne movimentano la staticità. Lo stesso svuotamento delle figure potrebbe riassociarsi allo sbaraglio delle lettere d'alfabeto, non più confinate nell'ambito chiuso delle caselle da cruciverba. Eppure quei contorni di figure, quelle silhouettes che si sovrappongono allo sfondo (in una sorta di collage che la fotocopia assorbe e trasforma) conferiscono alle opere un'atmosfera artificiosa e inquietante. L'unica forma di caratterizzazione per quei resti di immagini umane su sfondi di parole ingrigliate, provengono da quelle brevi frasi allusive e da quei nomi di cui dicevamo prima. Quelle parole che si dilatano talvolta in brevi locuzioni, sono come sfilacciature di un discorso divenuto afasico, e pure dotato di un sua eloquenza, come lo strascico ironico di una perdita, intesa come denuncia di una condizione limite della contemporaneità, evocata per essere subitamente negata.

    Pensate alla nostra società della comunicazione globale, al suo eccesso di immagini e segnali lanciati in diretta nel mondo e forse capirete meglio cosa vi inquieta nell’opera di Dellatorre.

    Dopotutto il giallo da segnaletica stradale che egli utilizza nelle sue opere, le rende con maggiore evidenza delle specie di segnali posti a margine di una realtà che mostra un andamento pericoloso. Simboleggiano la reazione all’eccessivo imperversare di figure eclatanti e seducenti, ma profondamente vuote, cui ci ha abituato la nostra contemporaneità, sempre più invischiata tra pubblicità eccessive e dirette televisive, che ci danno la mendace percezione di un mondo a due dimensioni. Queste forme di comunicazione ci stanno allontanando sempre di più da quella fisicità necessaria a instaurare una convivenza partecipe tra le persone. Nel suo lavoro l’artista sembra esasperare la superficialità da cui siamo dominati, operando una sorta di azzeramento di volti e corpi ridotti a contorni, a sagome apposte su sfondi di lettere dell’alfabeto con un empito che sicuramente sarebbe piaciuto ai poeti visivi operanti nel passato.

    Una complessa armonia sottintende al suo lavoro! Caratteri vuoti riempiono caselle e parole significanti riempiono figure svuotate. Si anima così un variegato gioco di contrasti in cui sia i cruciverba che le silhouettes sembrano diventare gabbie. Le gabbie di Dellatorre contengono vuoto e inessenzialità, imprigionano soltanto le vestigia di una vita svuotata e svanita. Un’opera per tutte sembra riassumere con particolare forza simbolica l’essenza del suo lavoro. E’ una voliera metallica, posta su un treppiede ed é vuota, si vedono del cibo e degli escrementi, ma non c’é nessuna traccia di uccelli. Dalla gabbia vuota provengono soltanto i loro cinguettii di volatilizzati. Quella gabbia sonora segnala l’evidenza dell’assente; circoscrive il luogo di una mancanza. Quei cinguettii senza corpo sembrano ribadire l’ineluttabilità della dipartita; sono il segnale di una perdita (di corporeità) che si manifesta come melodioso cantare degli assenti.

    Perugia, febbraio 1998, Paolo Nardon

    Testo in catalogo Do you like crossword?, 1999