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  • PER NON DIMENTICARE LE MIE ORIGINI ARTISTICHE
    Per il Natale del 1972 regalai a mia sorella una cassetta di colori ad olio. Con quei colori feci anch’io qualche esperimento pittorico e il mio primo quadro (1973), ma non provai grande entusiasmo. Ricordo invece che nel corso delle medie inferiori (1964-1967) dipingere - non disegnare: lì ero carente - mi piaceva. In quegli anni usare i colori a tempera, alla sera dopo cena, era molto bello. In seguito non ho più nutrito un particolare interesse per l’arte fino a riscoprirla nel 1975, per colmare l’insoddisfazione e la difficoltà di vivere senza umane certezze e forti passioni.

    Il quadro Il gioco delle carte, modesta opera di quell’anno, rappresentò la concreta espressione del mio disappunto esistenziale rivolto ai “pigri” amici del bar, che passavano ore inconcludenti al gioco delle carte.

    Agire, essere attivo, combattere la noia e le angosce che mi opprimevano, costruirmi delle motivazioni totalizzanti era quello che desideravo intensamente, anche se la direzione da prendere non mi era chiara. Il mio approdo all’arte non è stato quindi generato da una vocazione giovanile, ma da una pressante e vitale necessità.

    Contemporaneamente a queste modeste espressioni pittoriche, mi era sorto il desiderio di recitare in teatro. Avevo scritto all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico di Roma e mi ero informato sulla Scuola di Teatro del Piccolo Teatro di Milano; ma la possibilità di accedere a una di queste scuole si era manifestata assai improbabile.

    Mi sono quindi rivolto alla ben più modesta attività teatrale del Teatro Gifra di Vigevano. Così fra il 1975 e il 1976 ho recitato in La bisbetica domata, di William Shakespeare, la parte di Tranio (regia di Franco Fava); e successivamente in Finale di partita, di Samuel Beckett, il ruolo di Hamm, il personaggio principale della pièce (regia di Enzo Crivelli). Finale di partita é stato anche replicato al Civico Teatro Cagnoni di Vigevano.

    Sia la pittura che il teatro mi erano assai care; ma alla fine è prevalsa la prima perché si rivelò più congegnale alla mia natura.

    Il 1977 é la data alla quale faccio risalire il reale inizio della mia attività artistica: avevo ventiquattro anni. In quel luglio, sotto l’impulso di fare della pittura una pratica significativa, mi dimisi dall’officina di costruzioni meccaniche presso la quale lavoravo come operaio. Il mio desiderio era di cercare un lavoro part-time per dedicarmi più a lungo alla pittura. Trovai un lavoro, non in regola, come operaio e fattorino in una giunteria di tomaie per calzature; lì rimasi dal luglio 1977 all’ottobre 1978.

    Durante l’estate del 1977 feci alcune opere e a novembre mi iscrissi al corso serale di disegno e pittura che si teneva all’Istituto di Arti e Mestieri Vincenzo Roncalli di Vigevano. L’insegnante era Oronzo Mastro, docente anche al Liceo Artistico di Novara. Il corso consisteva in quattro ore settimanali. Fu un buon esercizio copiare i gessi che l’insegnante mi proponeva. Fra novembre 1977 e maggio 1978, eseguii una dozzina di disegni. L’anno seguente mi iscrissi nuovamente realizzando però solo nove disegni perché, a causa del mio nuovo lavoro - operaio turnista addetto agli impianti di raffinazione petrolifera alla S.A.R.P.O.M. di San Martino di Trecate (NO) - frequentai solo da ottobre 1978 a gennaio 1979.

    Nel 1976-1977 ebbi i primi contatti con i sodali del Club Amici dell’Arte[1] di Cassolnovo, località dove sono nato e dove ho vissuto fino a settembre 1989. In particolare divenni amico del mio vicino di casa Sergio Beltrame pittore “dilettante”, del quale testimonio il sincero impegno artistico rivolto alla poetica del vero. Sergio fu il mio primo maestro. Mi diede utili consigli e mi incoraggiò nei numerosi momenti di difficoltà artistica. Mi ospitava cordialmente nel suo studio che lui chiamava “sgabus”[2], mentre nella bella stagione, ma non solo in quella, andavamo in campagna a dipingere dal vero.

    Mal mi adattavo a rispettare la realtà del paesaggio e talvolta l’invenzione coloristica prendeva il sopravvento. Quando Sergio, pur nella libertà che mi ha sempre lasciato, mi invitava ad una maggiore aderenza al vero, mi irritava. Van Gogh era il mio ideale: la sua vicenda umana e la sua libertà espressiva mi affascinavano!

    Dal 1979 diradai i miei incontri con Sergio. Ciò accadde per un bisogno di indipendenza e per la volontà di conoscere cose nuove, seppur indefinite e sfuggenti. In quegli stessi anni pensai spesso di abbandonare la pittura a causa delle difficoltà tecniche e degli sbandamenti artistici che vivevo.

    Nel 1980 avvertii i primi impulsi alla non oggettività, che percepivo più consoni ad esprimere la mia interiorità e la mia fantasia. Negli anni successivi frequenti furono le crisi umane ed artistiche. Mi dibattevo in un precario equilibrio fra rappresentazione della realtà e libera invenzione. Provavo insoddisfazione e sofferenza a causa dell’incapacità di definire con chiarezza ciò che volevo realizzare artisticamente. Furono anni molto difficili: l’incertezza, la frustrazione e l’ansia di un nuovo che non afferravo erano angoscianti.

    Nel 1984 pensai seriamente di abbandonare la pittura. A luglio eseguii l’ultimo quadro: o meglio, quello che avrebbe dovuto essere il mio ultimo quadro, perché il titolo che gli diedi: I thought it was my last picture (Pensavo fosse il mio ultimo quadro), proiettava già un'ombra di dubbio sulla decisione che pensavo di prendere.

    Nel gennaio 1985, ripresi a dipingere e con vigore mi analizzai in numerosi autoritratti: avevo bisogno di capire e di capirmi! Ciò che mi mancava era di potermi immergere completamente nei miei pensieri e di poter dare corpo alle mie emozioni. Le lusinghe del lavoro e le sollecitazioni a sviluppare una rassicurante carriera lavorativa non mi attraevano. Percepivo che assecondando quel percorso avrei subito l’esistenza: l’avrei sciupata. Desideravo, invece, essere protagonista della mia vita, vivendola intensamente attraverso un ideale totalizzante.

    Nell’estate del 1985 decisi risolutamente di prepararmi per sostenere gli esami di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Ad ottobre vissi l’esaltante esperienza dei dieci giorni di svolgimento degli esami. L’esito fu negativo. Alla sera del giorno in cui appresi di essere stato respinto (19-10-1985) realizzai Autoritratto con i capelli blu, un lavoro con il quale sottolineavo il disappunto per l’allontanarsi delle mie speranze. Dopo un paio di mesi non potei fare a meno di ritornare alla pittura. Il primo quadro che feci lo intitolai: Dalla giungla umana, un grido si levò. Con questo lavoro rivendicavo le mie rinnovate aspirazioni artistiche.

    All’inizio degli anni Ottanta sviluppai anche un notevole interesse per la fotografia che mi spinse ad acquistare, nel febbraio del 1984, una macchina fotografica manuale: la Yashica FX3. I primi insegnamenti fotografici me li diede Andrea Delfrate, appassionato fotoamatore di Cassolnovo ed esperto stampatore in bianco e nero. Andrea era legato ad un tipo di fotografia dalla composizione classica, ma allo stesso tempo era anche aperto alle novità e nutriva un profondo interesse per l’arte visiva: visitava mostre, musei, acquistava cataloghi e talvolta quadri. Con lui ed altri appassionati di fotografia, nel 1986, fondammo il Gruppo Foto Amatori Cassolese, nell’ambito del quale ho mosso i primi passi fotografici partecipando agli incontri settimanali, ai corsi di formazione e alle mostre.

    Nel 1986 conobbi Marta. Il suo amore e la sua comprensione mi diedero un nuovo entusiasmo che mi aprì ad ulteriori speranze umane ed artistiche. Gli anni seguenti furono proficui e produttivi; con l’accumularsi delle opere decisi di procedere ad una selezione. Parecchi furono i disegni e i dipinti che bruciai, conservando solo quelli discreti o affettivamente carichi di ricordi. Al fine di documentare il mio lavoro, decisi anche di avviare un elenco e un archivio fotografico delle opere.

    Negli anni 1986-1988 frequentai per un biennio i corsi serali di ceramica[3] all’Istituto di Arti e Mestieri Vincenzo Roncalli a Vigevano. L’insegnante era ancora Oronzo Mastro.

    Il 9 settembre 1989 sposai Marta. La sua amorosa sollecitudine e la nuova vita insieme, riaccesero la mai sopita velleità artistica, in merito alla quale la necessità di decidere si faceva pressante. Non senza patemi e profonde riflessioni nel dicembre 1990 mi dimisi dal posto di lavoro. Da oltre dodici anni lavoravo in raffineria, nella quale dopo un biennio da operaio turnista ero diventato impiegato tecnico. A detta di molti un ottimo posto di lavoro: concordo pienamente. In questa drastica scelta ebbi la decisiva e incondizionata approvazione di Marta, che mi sostenne coraggiosamente: mi dattilografò la lettera di dimissioni. Il 16 febbraio 1991 ero finalmente libero!

    Settembre 1992, Luigi Dellatorre

    [1] Associazione artistica, sita in Cassolnovo (PV), che raggruppava artisti dilettanti ed appassionati d'arte.
    [2] Parola del dialetto di Cassolnovo, con la quale si indica un locale dimesso ed angusto.
    [3] Corso serale di quattro ore settimanali, che ho frequentato nei periodi 1986-1987 e 1987-1988.